
Un velluto rosso consumato dal tempo, attraversato da una lacerazione. Una croce medievale sulla quale il corpo di Cristo sembra cedere al proprio dolore. Poco più in là, la superficie chiara di una ceramica di Lucio Fontana, incisa da segni profondi. Tre opere che appartengono a epoche e linguaggi differenti, ma che condividono qualcosa: la capacità di affidare alla materia ciò che le parole non sempre riescono a esprimere.
È intorno a questa possibilità che prende forma Sorella arte. San Francesco tra Medioevo e Contemporaneo, la mostra che Bologna dedica all’eredità culturale e spirituale del santo di Assisi nell'ottavo centenario della sua morte, avvenuta nel 1226.
Distribuita tra il Museo Civico Medievale e il Museo d’arte Lercaro, l’esposizione riunisce dipinti, sculture, codici miniati, ceramiche e opere contemporanee, invitando a riconoscere come alcune grandi questioni dell'esperienza umana — la sofferenza, la povertà, il rapporto con la natura e il bisogno di spiritualità — continuino ad attraversare la storia dell'arte.
La mostra, curata da Mark Gregory D’Apuzzo, Giovanni Gardini, Pasquale Fameli e Fabio Massaccesi, nasce dalla prima collaborazione tra i Musei Civici d'Arte Antica di Bologna e la Fondazione Museo d'arte Cardinale Giacomo Lercaro.
Il progetto si sviluppa attraverso due percorsi complementari. Al Museo Civico Medievale prevale la dimensione storica: le opere ricostruiscono la presenza francescana a Bologna e l'influenza esercitata sulla cultura figurativa cittadina. Al Museo d'arte Lercaro è invece il confronto con il linguaggio contemporaneo ad aprire nuove possibilità di interpretazione.

Il punto d'incontro non è la somiglianza tra le opere, ma la loro capacità di evocare significati che attraversano il tempo.
Una croce duecentesca non nasce dalle stesse domande che accompagnano la ricerca di Fontana, così come la materia di Alberto Burri non può essere letta semplicemente come un riferimento alla povertà francescana. Eppure, poste in relazione, queste creazioni permettono di osservare alcuni temi da prospettive differenti, senza cancellare la distanza storica che le separa.
Il risultato è un itinerario nel quale il Medioevo e il presente si illuminano reciprocamente, lasciando alle immagini la possibilità di suggerire risposte diverse.
Il rapporto tra Bologna e san Francesco affonda le radici nei primi decenni del Duecento, quando il movimento francescano cominciò a diffondersi nei principali centri culturali e religiosi italiani.
La tradizione colloca nel 1222 una celebre predicazione del santo in città, ricordata dalle cronache medievali, sebbene studi più recenti abbiano proposto il 1223 come possibile data dell'episodio.
La presenza dei frati minori contribuì a trasformare Bologna in un importante centro di elaborazione religiosa e artistica. La costruzione della basilica di San Francesco, tra il 1236 e il 1263, accompagnò lo sviluppo di uno dei grandi cantieri dell'architettura gotica italiana.
L'influenza francescana si manifestò anche nella pittura. Le immagini della Passione, le raffigurazioni del santo e i preziosi manoscritti destinati alla liturgia contribuirono alla diffusione di un linguaggio figurativo più vicino alla dimensione emotiva della fede.
Nel tempo, Francesco entrò anche nell'identità civile della città, affiancando nelle rappresentazioni artistiche alcuni dei suoi santi protettori.
Questa eredità, conservata in buona parte nelle collezioni bolognesi, costituisce il punto di partenza dell'esposizione.
Il percorso nel Museo Civico Medievale si apre con il San Francesco scolpito intorno al 1390 da Jacobello e Pierpaolo Dalle Masegne, proveniente dalla Loggia della Mercanzia.
La figura del santo apparteneva a un gruppo scultoreo dedicato alla Giustizia e ai protettori della città. La sua collocazione originaria racconta come il francescanesimo fosse ormai parte della coscienza collettiva bolognese, ben oltre gli ambienti strettamente religiosi.

Un'altra testimonianza di questo legame è rappresentata dagli Statuti della Società dei Merciai, miniati da Nicolò di Giacomo nel 1360, nei quali Francesco compare accanto ad altre figure della devozione cittadina.
Ma l'esposizione lascia spazio anche a oggetti più piccoli, apparentemente lontani dalla monumentalità della pittura e della scultura sacra.
Tra questi, un Boccale con cervo della metà del XIII secolo, realizzato da una manifattura emiliana e proveniente dalla chiesa di San Francesco. Sulla superficie chiara della ceramica, un cervo slanciato si muove tra motivi vegetali dipinti in verde e bruno.
La sua presenza si inserisce nella riflessione francescana sul legame fra l'essere umano e le altre creature.
Intorno allo stesso tema si sviluppa il confronto con San Francesco e il lupo di Farpi Vignoli, le Gazzelle di Louis Albert Carvin e la Colomba di Floriano Bodini.
Attraverso materiali e linguaggi differenti, gli animali richiamano quella visione della natura che Francesco riconosceva come una comunità di esseri viventi, uniti da un'origine condivisa.

Uno degli incontri più significativi dell'esposizione coinvolge una grande Croce dipinta intorno al 1270, attribuita alla bottega del Maestro dei Crocifissi Francescani.
Il Cristo raffigurato sulla tavola appartiene all'iconografia del Christus patiens: il corpo è abbandonato nel dolore, gli occhi sono chiusi, la testa reclinata. È un'immagine che segna il superamento della rappresentazione del Cristo vivo e trionfante, privilegiando una partecipazione più intensa e umana alla Passione.
La trasformazione, alla quale contribuì in modo decisivo Giunta Pisano, trovò nella spiritualità francescana un terreno particolarmente fertile.

Accanto a questa testimonianza medievale compare Concetto spaziale (1960) di Lucio Fontana, una terracotta ingobbiata e graffita, attraversata da incisioni di diversa lunghezza.
Nell'opera di Fontana, la superficie non è più soltanto il limite entro cui costruire un'immagine. Diventa uno spazio sul quale intervenire, aprendo la materia a una dimensione ulteriore.
Il confronto con la Croce le assegna temporaneamente un significato diverso. Le incisioni, nate dalla ricerca spaziale dell'artista, possono essere lette come ferite, richiamando l'esperienza delle stimmate di san Francesco.
È un accostamento particolarmente interessante proprio perché non pretende di trasformare Fontana in un artista religioso. La sua opera conserva la propria identità, mentre la vicinanza al Crocifisso medievale suggerisce una lettura che non era necessariamente presente nelle intenzioni originarie.
Al dolore espresso attraverso la figura umana si contrappone così una superficie astratta, nella quale è la materia stessa a portare il segno della lacerazione.
A completare il confronto interviene Frontespizio (2011) di Ettore Spalletti, un lavoro concepito per il Nuovo Evangeliario Ambrosiano.
Su un intenso fondo blu, una croce dorata e quattro piccoli elementi rosa costruiscono un'immagine di straordinaria essenzialità. Il colore non descrive una scena, ma definisce uno spazio di raccoglimento.

Dalla drammaticità della pittura medievale alla misura silenziosa di Spalletti, la rappresentazione del sacro attraversa possibilità espressive radicalmente differenti.
Il tema della ferita conduce al racconto delle stimmate, che la tradizione colloca sul monte della Verna nel settembre del 1224.
Un episodio centrale nella vicenda spirituale di Francesco, destinato a diventare uno dei soggetti più rappresentati nell'arte francescana.
Tra le opere esposte emerge il Graduale del proprio e comune dei santi, miniato tra il 1280 e il 1285 dal Maestro della Bibbia di Gerona.
La pagina raffigura il santo inginocchiato davanti all'apparizione del serafino crocifisso. La scena si inserisce in un'iniziale miniata dalle forme elaborate, mentre la scrittura musicale occupa il resto del foglio.

Parola, immagine e musica convivono in un unico oggetto, concepito per accompagnare la pratica liturgica.
Ad altre testimonianze medievali si affianca San Francesco riceve le stimmate (1958) di Aldo Borgonzoni, che riprende lo stesso episodio attraverso la sensibilità pittorica del Novecento.
A mutare sono le forme espressive; a rimanere riconoscibile è l'intensità di un'esperienza che la tradizione francescana interpreta come il momento di massima identificazione del santo con Cristo.
Tra i dipinti di particolare rilievo figura la Madonna col Bambino e i santi Francesco, Michele Arcangelo, Agostino, Caterina e Chiara, realizzata da Giovanni da Rimini tra il 1300 e il 1305.
L'opera, conservata alla Pinacoteca Comunale di Faenza, torna a essere esposta a Bologna dopo settantasei anni. Era stata presentata nel 1950 nella storica Mostra della pittura bolognese del Trecento, diretta da Roberto Longhi.
Sulla tavola, il fondo oro custodisce una scena di grande intimità. La Vergine china il volto verso il Bambino, avvicinandolo a sé in un gesto affettuoso. Due angeli accompagnano la composizione, mentre nella parte inferiore cinque figure di santi si dispongono frontalmente.

La distanza tra la dimensione terrena e quella divina sembra attenuarsi nella naturalezza di quel contatto materno.
Giovanni da Rimini appartiene alla stagione pittorica segnata dalle innovazioni di Giotto, quando la rappresentazione sacra comincia ad acquistare una nuova intensità emotiva, affidata ai volumi, ai gesti e alle relazioni fra le figure.
La presenza di Francesco e Chiara assume un significato particolare. Le due figure, legate alle origini dell'esperienza francescana, partecipano a una rappresentazione nella quale la devozione mariana occupa un posto centrale.
Il ritorno della tavola a Bologna consente di riscoprire una testimonianza preziosa di quella trasformazione artistica che, tra Duecento e Trecento, rese le immagini religiose sempre più vicine alla sensibilità umana.
Una delle opere più suggestive del percorso è Senza titolo (Velluto rosso), realizzata nel 2020 da Sidival Fila, artista brasiliano e frate minore francescano.
La sua presenza acquista particolare significato accanto al dittico con Storie di Cristo del Maestro di San Nicolò degli Albari, datato intorno al 1320-1325.
L'opera medievale racconta la Passione e altri episodi della vita di Cristo attraverso una successione di scene dipinte su fondo oro. Nel lavoro contemporaneo di Fila, invece, non compaiono personaggi né narrazioni riconoscibili.
C'è soltanto un antico velluto rosso, segnato dall'usura, cucito e attraversato da una fenditura.
Il tessuto possiede una storia precisa: proviene dalla fodera che rivestiva il retro dell'Incoronazione della Vergine di Simone di Filippo, opera conservata al Museo d'arte Lercaro. Recuperato nel contesto del restauro, il materiale è stato trasformato da Fila in una creazione autonoma.

Ciò che un tempo svolgeva una funzione nascosta, destinata a proteggere un dipinto, diventa ora l'elemento principale dell'opera.
La superficie del velluto conserva abrasioni, variazioni cromatiche e tracce della propria esistenza precedente. La lacerazione interrompe la continuità del tessuto, lasciando affiorare la sua fragilità.
Nel dialogo con il dittico medievale, quella apertura richiama simbolicamente la ferita della Passione e le stimmate di Francesco.
Ma l'opera suggerisce anche una riflessione più ampia.
Recuperare una materia segnata dal tempo significa riconoscerle un valore che non dipende dalla sua integrità. Il tessuto non viene riportato a una perfezione perduta; la sua storia rimane visibile, trasformandosi in parte essenziale dell'immagine.
In questo gesto si può riconoscere una vicinanza alla sensibilità francescana, fondata sull'attenzione per ciò che è umile, vulnerabile e spesso trascurato.
La forza del lavoro di Sidival Fila sta proprio nell'aver restituito dignità a qualcosa che aveva già vissuto, senza cancellarne le tracce.
La seconda sede di Sorella arte esplora il rapporto tra il pensiero francescano e alcune delle ricerche più significative dell'arte moderna e contemporanea.
Il percorso si apre con Nero con punti di Alberto Burri, posto in dialogo con un codice miniato da Neri da Rimini e con i volumi della Cantica di Maurizio Osti.
La materia, centrale nell'opera di Burri, diventa un terreno di confronto con la ricerca dell'essenziale.
Già nel Novecento il critico Cesare Brandi aveva proposto un accostamento tra i Sacchi dell'artista umbro e il saio di Francesco, richiamando l'utilizzo della juta e le comuni origini geografiche.
Si tratta di una lettura interpretativa, non di un'intenzione religiosa attribuibile automaticamente a Burri. Nella sua ricerca, i materiali possiedono una forza espressiva indipendente dal riferimento spirituale che può essere loro associato.
Ed è proprio questa autonomia a rendere possibile il confronto.
Accanto a un dipinto medievale, la superficie astratta di Burri invita a interrogarsi su ciò che un'immagine può comunicare anche rinunciando alla rappresentazione di figure riconoscibili.
Il percorso prosegue con altri accostamenti, tra cui quello che coinvolge Pane quotidiano di Concetto Pozzati, un boccale duecentesco proveniente dalla chiesa di San Francesco e una ceramica di Fontana. La vicinanza di oggetti tanto differenti richiama la dimensione quotidiana della vita minoritica e l'importanza attribuita alle cose semplici.
Un altro dialogo nasce intorno all'opera L'esaltazione della Croce di Ettore Spalletti, avvicinata a una tavola medievale raffigurante san Francesco e a un libro d'artista di Maurizio Osti.
La conclusione del percorso è affidata a Giuseppe Penone, con Alpi Marittime – L'albero ricorderà il contatto con il mio corpo, posta in relazione con una croce astile della collezione Lercaro.
Penone, protagonista dell'Arte Povera, ha dedicato una parte fondamentale della propria ricerca al rapporto tra il corpo umano e il mondo naturale.
Nelle sue opere, gli alberi non sono semplici soggetti da rappresentare. Sono organismi viventi, capaci di crescere, trasformarsi e conservare le tracce di un contatto.
Il titolo stesso dell'opera suggerisce un rovesciamento dello sguardo: non è soltanto l'uomo a ricordare la natura, ma anche la natura a custodire la memoria dell'uomo.
Accostato alla croce, l'albero assume un ulteriore significato simbolico, richiamando l'albero della vita e il legame fra dimensione umana e spirituale.
Il riferimento al pensiero francescano emerge da questa relazione: l'essere umano non è separato dalle altre creature, ma appartiene allo stesso mondo, con il quale condivide una condizione di reciproca dipendenza.
Il carattere più interessante di Sorella arte risiede nella decisione di non limitare la figura di Francesco alle sue rappresentazioni tradizionali.
La mostra affronta una questione che riguarda l'intera esperienza artistica: un'opera può assumere nuovi significati quando cambia il contesto nel quale viene osservata?
Il confronto tra Medioevo e contemporaneo offre una possibile risposta, ma richiede anche una certa cautela.
Una croce del Duecento e una creazione di Fontana non condividono necessariamente la stessa visione del mondo. Le loro differenze storiche, culturali e formali rimangono fondamentali per comprenderle.
Gli accostamenti diventano interessanti proprio quando permettono di conservare tali differenze, anziché cancellarle in nome di una somiglianza suggestiva.
Dal dolore raffigurato su una tavola medievale alle incisioni nella ceramica di Fontana, dalla tenerezza della Madonna di Giovanni da Rimini alla fragilità del velluto di Sidival Fila, l'esposizione attraversa modi diversi di intendere la materia e la rappresentazione.
In un presente dominato dalla rapidità delle immagini, Sorella arte propone un'altra possibilità: dedicare tempo a ciò che si osserva, riconoscerne la storia e accettare che un'opera possa continuare a generare domande anche molti secoli dopo la sua creazione.
Sorella arte. San Francesco tra Medioevo e Contemporaneo si sviluppa in due sedi. Entrambi i percorsi rimangono aperti fino al 17 gennaio 2027.
Indirizzo: via Alessandro Manzoni 4, Bologna.
Date: dal 17 ottobre 2026 al 17 gennaio 2027.
Orari di apertura:
Biglietti: intero 6 euro; ridotto 4 euro; ridotto speciale per giovani dai 19 ai 25 anni 2 euro. Ingresso gratuito per i possessori di Card Cultura e per le altre categorie aventi diritto.
Informazioni: Museo Civico Medievale di Bologna.
Indirizzo: via Riva di Reno 57, Bologna.
Date: dal 17 settembre 2026 al 17 gennaio 2027.
Orari di apertura:
Ingresso: gratuito.
Informazioni: Museo d'arte Lercaro.
Il programma comprende visite guidate alla sezione del Museo Civico Medievale domenica 25 ottobre, 8 novembre, 22 novembre e 6 dicembre 2026, sempre alle ore 11.00.
Il costo è di 5 euro oltre al biglietto d'ingresso al museo.
Domenica 17 gennaio 2027, alle ore 10.30, è prevista una visita guidata alle due sedi con i curatori Pasquale Fameli e Fabio Massaccesi, con ritrovo al Museo Civico Medievale.
Per partecipare è richiesta la prenotazione entro il giorno precedente, contattando il numero 051 2193930 oppure scrivendo a musarteanticascuole@comune.bologna.it.
Prima di programmare la visita è consigliabile verificare eventuali aggiornamenti di orari e attività sui siti ufficiali dei due musei.
18.10.2026