
Rosario Livatino appartiene a quelle figure che il tempo ha consegnato alla memoria attraverso poche immagini potentissime.
Le fotografie in bianco e nero. Il giovane magistrato di Agrigento. L’agguato sulla strada verso il tribunale. La fede vissuta con riservatezza. La beatificazione arrivata trent’anni dopo la sua morte.
Livatino. Il giudice e i suoi assassini torna a ciò che esisteva prima che quella storia diventasse memoria collettiva: gli anni del lavoro in magistratura, le indagini sulla criminalità organizzata, una provincia siciliana attraversata da interessi economici, violenza e nuovi equilibri mafiosi.
Michele Placido dirige Giuseppe De Domenico nel ruolo di Rosario Livatino, affiancato da Leonardo Maltese, Nino Frassica, Michela De Rossi, Ninni Bruschetta e Brenno Placido. La miniserie sarà composta da quattro episodi da 50 minuti e arriverà prossimamente su Rai 1 e RaiPlay.
Il titolo racconta già molto della struttura scelta per la miniserie.
Rosario Livatino non occupa da solo il centro della storia. Parallelamente al suo percorso si sviluppa quello di alcuni giovani stiddari, cresciuti nella povertà e attratti dalla criminalità come possibilità di riscatto.
Sono due traiettorie opposte che avanzano nello stesso territorio.
Livatino combatte il potere mafioso colpendone patrimoni, interessi economici e presenza sul territorio. Nello stesso tempo gli stiddari guadagnano spazio e consenso nella provincia agrigentina. La costruzione viene definita nel materiale di presentazione un “chiasmo narrativo” tra legge e violenza, giustizia e sopraffazione.

Il punto di arrivo è già scritto nella storia italiana: il 21 settembre 1990, quando un commando della Stidda uccide Rosario Livatino mentre sta andando al lavoro.
Conoscere l’epilogo non elimina la tensione. La sposta su ciò che lo precede.
Su come quelle vite abbiano finito per avvicinarsi. Sul territorio nel quale sono cresciute. Sulle diverse possibilità offerte a uomini che abitavano la stessa Sicilia e che avrebbero scelto strade radicalmente opposte.
A interpretare il magistrato è Giuseppe De Domenico, chiamato a misurarsi con una figura sulla quale, negli anni, si sono sovrapposti storia, memoria civile e dimensione religiosa.

Nelle immagini diffuse finora il suo Livatino ha un registro asciutto. La tensione passa attraverso gli sguardi, le conversazioni negli uffici, gli spostamenti in automobile, la percezione di una minaccia che diventa sempre più vicina.
A un certo punto gli viene fatto notare che non può continuare a muoversi da solo.
La risposta è semplice: «Non posso fermarmi, ma non voglio la scorta».
Una frase che acquista peso soprattutto conoscendo ciò che accadrà.
Livatino viaggiava senza scorta e la mattina del 21 settembre 1990 stava percorrendo in automobile la SS 640 in direzione Agrigento quando venne raggiunto dai sicari della Stidda.
Ma fermarsi al racconto della sua morte significherebbe perdere la parte forse più interessante della sua storia: il magistrato che Livatino era stato prima di diventare un simbolo.
Nato a Canicattì nel 1952, Rosario Livatino si laurea in Giurisprudenza all’Università di Palermo e, dopo il concorso in magistratura, arriva alla Procura della Repubblica di Agrigento.
Dal 1979 al 1989 lavora come sostituto procuratore occupandosi di criminalità mafiosa e corruzione. Passato al Tribunale di Agrigento, si dedica anche alle misure di prevenzione.

Il suo lavoro racconta una stagione nella quale combattere la mafia significava sempre più spesso comprendere ciò che si muoveva dietro la violenza visibile: denaro, patrimoni, attività economiche.
Ed è qui che la figura professionale di Livatino diventa particolarmente moderna.
Le indagini bancarie e contabili e il lavoro sui beni riconducibili alla criminalità organizzata consentivano di colpire i clan là dove il potere mafioso diventava ricchezza, influenza e capacità di penetrare nell’economia.
Quando la miniserie lo presenta impegnato contro “patrimoni, interessi economici e radicamento nel territorio”, quindi, tocca uno degli aspetti più concreti della sua attività di magistrato.
La mafia non era soltanto quella delle armi.
Era anche quella dei soldi.
E Livatino lo aveva capito.
La Sicilia attraversa tutta la storia.
Non come semplice cornice mediterranea, ma come spazio fisico nel quale convivono istituzioni, famiglie, criminalità e vita quotidiana.
Campagne aperte, strade provinciali, automobili, tribunali, bar, case. Gli esterni luminosi contrastano con interni più scuri e raccolti, mentre la provincia agrigentina diventa il luogo nel quale i diversi percorsi si muovono e lentamente si avvicinano.

Le strade hanno inevitabilmente un peso particolare.
Rosario Livatino venne assassinato sul viadotto Gasena lungo la SS 640, mentre si recava in tribunale.
Per questo vedere il personaggio guidare attraverso quei paesaggi porta con sé una consapevolezza che precede qualsiasi dialogo. Lo spettatore conosce già la destinazione ultima di quel viaggio.
C’è però un’altra prospettiva che distingue il progetto da una biografia costruita esclusivamente intorno al magistrato.
La miniserie segue anche alcuni giovani stiddari.
Il comunicato li descrive come ragazzi cresciuti nella povertà e attratti dalla criminalità come via di riscatto. Mentre Livatino lavora per contrastare il potere mafioso, loro avanzano nella provincia conquistando spazio e consenso.
Questo doppio movimento permette di collocare l’omicidio dentro una storia più ampia.
Non soltanto la vittima e il momento dell’agguato, quindi, ma anche l’ambiente criminale dal quale arrivano i suoi assassini.
La Stidda è la mafia che negli anni Ottanta e Novanta contende violentemente territori e interessi a Cosa nostra in diverse aree della Sicilia. È dentro questo scenario che si consuma la vicenda di Livatino e che la fiction sceglie di far procedere insieme le due parti del racconto.
La fede attraversava profondamente la vita di Livatino, ma senza separarsi dal suo modo di intendere la professione.
Dopo la morte, in diversi suoi appunti venne ritrovata la sigla S.T.D.: Sub tutela Dei, sotto la tutela di Dio. Papa Francesco ha ricordato nel 2019 come quelle iniziali esprimessero l’affidamento con cui il magistrato accompagnava il proprio lavoro.

Ancora più illuminanti sono le parole dello stesso Livatino sul significato del giudicare.
Il magistrato, sosteneva, deve essere consapevole delle proprie debolezze e capace di comprendere la persona che ha davanti, giudicandola “senza atteggiamento da superuomo”.
Dentro quella frase convivono il credente e l’uomo di legge.
L’esercizio della giustizia non come manifestazione di superiorità, ma come responsabilità.
Nel 1993 Giovanni Paolo II lo definì “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Il 9 maggio 2021 Rosario Livatino è stato proclamato beato ad Agrigento, primo magistrato nella storia della Chiesa cattolica a ricevere la beatificazione.
Livatino. Il giudice e i suoi assassini segna la prima regia di Michele Placido per una fiction Rai.
Placido firma anche la sceneggiatura insieme ad Angelo Pasquini e Fidel Signorile. La produzione è di Federica Luna Vincenti, per una coproduzione Rai Fiction, Goldenart Production e Rai Com.
Il cast riunisce Giuseppe De Domenico, Leonardo Maltese, Nino Frassica, Michela De Rossi, Ninni Bruschetta e Brenno Placido. Il progetto è stato realizzato con il contributo del Ministero della Cultura, della Regione Siciliana e della Sicilia Film Commission.
Quattro episodi per attraversare non soltanto gli ultimi anni della vita di Livatino, ma il mondo nel quale lavorò e le forze che finirono per condurlo alla morte.
Al 18 settembre 2026 non è ancora stata annunciata una data precisa per la prima messa in onda.
La miniserie è indicata ufficialmente come “prossimamente” su Rai 1 e RaiPlay.
Nel frattempo, le prime immagini riportano Rosario Livatino fuori dalla fotografia con cui la storia lo ha consegnato al presente.
Prima del beato c’era il magistrato.
Prima del simbolo c’era un uomo che entrava ogni giorno in tribunale, studiava fascicoli, ricostruiva movimenti di denaro e prendeva decisioni destinate a toccare interessi enormi.
Ed è forse proprio questo il punto dal quale vale la pena tornare a guardare Rosario Livatino oggi: non soltanto attraverso il modo in cui è morto, ma attraverso il modo in cui aveva scelto di vivere e di fare il proprio lavoro.
18.9.2026