Alphonse Mucha a Lione
Il Grand Hôtel-Dieu accoglie oltre novanta opere tra manifesti, disegni e dipinti, seguendo il filo che unisce figura femminile, teatro, fotografia, pubblicità e nascita dell’immagine moderna.

Cinque città, cinque grandi mostre e altrettanti modi di reinventare l’immagine: dall’astrazione di Kandinsky alla libertà di Artemisia Gentileschi, passando per la memoria di Chagall, la Barcellona moderna della Collezione Carmen Thyssen e l’universo visivo di Mucha.
Un colore che non vuole più descrivere il mondo, ma farlo risuonare. Una donna che conquista il diritto di essere riconosciuta come artista. Una città perduta che continua a esistere nella memoria di chi è stato costretto a lasciarla. Un giardino mediterraneo attraversato dalle prime inquietudini della modernità. Una figura femminile che esce dal quadro e diventa manifesto, pubblicità, linguaggio pubblico.
Le cinque mostre annunciate da Arthemisia per l’autunno 2026 sembrano, a prima vista, appartenere a storie lontane. Attraversano secoli, città e movimenti differenti, dall’Europa di Artemisia Gentileschi alle avanguardie del Novecento, dalla Barcellona modernista alla Parigi della Belle Époque.
Eppure, osservate insieme, raccontano lo stesso gesto: il momento in cui l’arte smette di limitarsi a riprodurre ciò che esiste e inventa una nuova possibilità per l’immagine.
Più che una successione di appuntamenti espositivi, il programma compone un itinerario attraverso cinque momenti in cui l’arte ha modificato il proprio linguaggio e, con esso, il nostro rapporto con ciò che vediamo.
Quando il colore comincia a suonare
Ci sono dipinti che chiedono di essere osservati e altri che sembrano voler essere ascoltati.
In Gelb-Rot-Blau, realizzato da Vassily Kandinsky nel 1925, il colore non riempie semplicemente le forme. Avanza, arretra, entra in tensione con linee, cerchi e geometrie. Non racconta una scena riconoscibile, eppure produce ritmo, movimento, emozione.

È da questa distanza dalla realtà visibile che prende forma la mostra dedicata a Kandinsky, in programma a Palazzo Bonaparte dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027.
Curato da Angela Lampe, il percorso riunisce oltre settanta opere provenienti dal Centre Pompidou e da importanti istituzioni internazionali, con un nucleo centrale appartenente al lascito di Nina Kandinsky. Cinque sezioni attraversano l’intera ricerca dell’artista, dagli esordi figurativi agli anni di Monaco, dalla Russia rivoluzionaria al Bauhaus, fino alla stagione parigina.
Al centro c’è una trasformazione destinata a cambiare profondamente la pittura del Novecento: forme e colori smettono progressivamente di descrivere il mondo e diventano presenze autonome, capaci di raggiungere lo spettatore prima ancora che la mente riesca a definirle.
Kandinsky aveva studiato diritto ed economia e sembrava destinato a una vita già tracciata. Scegliendo la pittura, però, non cambiò soltanto strada. Cambiò la domanda rivolta all’arte. Un dipinto poteva avvicinarsi alla musica, evocare sensazioni senza rappresentare un oggetto e dare forma a ciò che non è visibile.
Tra le opere annunciate compaiono Gelb-Rot-Blau e L’Arco nero, accanto a fotografie, lettere e testimonianze che ricostruiscono la rete di incontri da cui nacque la sua ricerca.
Nel percorso emerge anche Gabriele Münter, figura fondamentale dell’Espressionismo tedesco, troppo a lungo raccontata soltanto come compagna di Kandinsky. La sua presenza riconosce l’autonomia di una voce artistica rimasta nell’ombra e ricorda quanto la storia dell’arte abbia spesso distribuito in modo diseguale riconoscimento e memoria.
A Roma non arriverà quindi soltanto il racconto dell’astrazione, ma la storia di un nuovo modo di vedere, nato quando la pittura ha smesso di imitare il mondo e ha cominciato a farlo risuonare.
Il diritto di essere artista
Per molto tempo, Artemisia Gentileschi è stata raccontata attraverso ciò che le accadde. Molto meno attraverso ciò che riuscì a costruire.
La mostra in programma al Museo degli Innocenti di Firenze dal 21 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 guarda agli anni in cui Artemisia trasformò il proprio talento in una carriera riconosciuta.
Arrivata a Firenze nel 1613, entra nella vita culturale della corte medicea, frequenta gli ambienti intellettuali della città e riceve commissioni prestigiose. Nel 1616 diventa la prima donna ammessa all’Accademia delle Arti del Disegno, conquistando uno spazio professionale che le permette di presentarsi non come figlia, moglie o eccezione, ma come artista.

È in questa stagione che la sua pittura raggiunge una nuova maturità. Le protagoniste dei suoi dipinti non occupano passivamente la scena. Agiscono, decidono, resistono.
Firenze diventa così il luogo in cui Artemisia conquista il diritto di definirsi attraverso le proprie opere.
Curata da Costantino D’Orazio, Cristina Acidini e Sandro Bellesi, l’esposizione allargherà lo sguardo al Seicento fiorentino, accostando Artemisia ad artisti come Cristofano Allori, Francesco Furini, Lorenzo Lippi e Jacopo Vignali.
Il percorso comprende anche due capolavori di Caravaggio, inserendo la ricerca di Artemisia in un confronto più ampio con la pittura del Seicento e con i grandi maestri del proprio tempo.
Guardare ad Artemisia attraverso gli anni fiorentini significa cambiare prospettiva. Non dimenticare le ferite della sua storia, ma rifiutare che siano l’unica lente attraverso cui osservarla.
Prima di diventare un simbolo contemporaneo, Artemisia Gentileschi fu una professionista ambiziosa e consapevole del proprio valore. La mostra restituisce proprio questa conquista: essere ricordata non soltanto per ciò che subì, ma per ciò che scelse di diventare.
Portare con sé una città perduta
Marc Chagall non ha mai smesso davvero di dipingere Vitebsk, anche quando la città custodita nella sua memoria non esisteva più come luogo a cui tornare.
Dal 13 ottobre 2026 al 29 marzo 2027, lo Spazio ARCA di Vercelli riunisce circa cinquanta opere attraversate dai temi più profondi della sua ricerca: l’esilio, la memoria, l’amore, la religione, gli animali e il sogno.
Separato dalla propria terra prima dall’emigrazione e poi dalla distruzione di Vitebsk durante la Seconda guerra mondiale, Chagall trasforma il ricordo in una sorta di patria portatile. Nei suoi dipinti, case, figure, violinisti e animali continuano a galleggiare in uno spazio dove il passato non viene ricostruito con precisione, ma protetto dalla scomparsa.
La memoria non è nostalgia. È un luogo da salvare.

Opere come Villaggio russo, Gli innamorati con l’asino blu e Il gallo viola mostrano un universo immediatamente riconoscibile, ma tutt’altro che rassicurante. Dietro la leggerezza delle figure sospese rimangono lo sradicamento, la perdita e il bisogno di custodire ciò che la storia ha cancellato.
Il percorso comprende anche una serie di autoritratti, capaci di restituire il rapporto intimo tra l’artista e le immagini che continuano ad accompagnarlo. Chagall non osserva la memoria da lontano. Vi entra, la abita e la trasforma in un linguaggio personale.
Curata da Francesca Villanti, la mostra comprende inoltre una sezione della Collezione Giuseppe Iannaccone, affidata alla curatela di Daniele Fenaroli e dedicata al dialogo tra la poetica di Chagall e le ricerche di artisti italiani del suo tempo.
La pittura diventa così il luogo in cui un mondo perduto può evitare di scomparire una seconda volta.
Barcellona alle soglie delle avanguardie
Prima che le avanguardie cambiassero il linguaggio dell’arte europea, Barcellona aveva già cominciato a trasformare il proprio volto.
A Palazzo Albergati, dal 9 ottobre 2026 al 29 marzo 2027, oltre cento opere della Collezione Carmen Thyssen raccontano la città catalana tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento.
È una Barcellona attraversata dalla luce del Mediterraneo, dai caffè frequentati da artisti e intellettuali e da un dialogo sempre più intenso con Parigi. Pittori, scultori e architetti provenienti dalla Catalogna, dal resto della Spagna, dall’Europa e dal Sud America contribuiscono a creare un laboratorio culturale in cui il Modernismo prepara la nascita delle avanguardie.

Il percorso, curato da Jordi Falgàs, riunisce opere di Gaudí, Picasso, Miró, Dalí, Rusiñol, Nonell, Togores, Torres-García e Julio González. Il loro accostamento restituisce l’energia di una città in cui esperienze diverse diedero forma a una nuova idea di modernità.
Barcellona non è soltanto lo sfondo della mostra. È la sua vera protagonista.
Le opere raccontano il passaggio da una sensibilità ancora legata al paesaggio e alla vita quotidiana verso linguaggi sempre più inquieti, sperimentali e liberi. Il Mediterraneo incontra Parigi, la tradizione si misura con il desiderio di rottura e l’identità catalana diventa terreno di ricerca.
A Bologna viene presentata per la prima volta questa selezione di oltre cento opere della Collezione Carmen Thyssen, dedicata alla nascita dell’arte moderna a Barcellona e destinata in parte a confluire nel futuro Museu Carmen Thyssen Barcelona.
Ne emerge il ritratto di una città ancora legata all’Ottocento, ma già attraversata dalle tensioni, dalle libertà e dalle inquietudini dell’arte che sarebbe venuta dopo.
Quando l’arte entrò nella comunicazione moderna
Nel momento in cui la pubblicità moderna cominciava a conquistare le città, Alphonse Mucha intuì la forza di una figura capace di essere riconosciuta in un solo sguardo.
Per la prima volta, Lione dedica una grande mostra ad Alphonse Mucha. Dal 4 settembre 2026 al 24 gennaio 2027, il Grand Hôtel-Dieu riunisce oltre novanta opere originali tra manifesti, disegni e dipinti, attraversando uno dei linguaggi visivi più riconoscibili tra Ottocento e Novecento.
Le donne di Mucha, avvolte da fiori, linee sinuose e decorazioni preziose, non appartengono soltanto all’immaginario della Belle Époque. Diventano il centro di un sistema visivo in cui teatro, pubblicità, fotografia, natura e spiritualità si incontrano.

L’immagine non serve più soltanto a rappresentare. Comincia a sedurre, comunicare e costruire identità.
Mucha lavora in un momento in cui i manifesti invadono le città e l’arte entra nello spazio quotidiano. Le sue figure femminili attirano lo sguardo, rendono immediatamente riconoscibile un prodotto, uno spettacolo o un nome e anticipano molti meccanismi della comunicazione contemporanea.
Dietro l’eleganza decorativa emerge però una ricerca più ampia. La natura diventa simbolo, il corpo femminile assume un valore quasi rituale e la bellezza si trasforma in un linguaggio capace di intrecciare mercato, spiritualità e identità culturale. Curata da Giulia Silvia Ghia, l’esposizione ricostruisce proprio la complessità di questo universo visivo.
La mostra restituisce così la modernità di un artista che comprese il potere dell’immagine molto prima che la comunicazione visiva assumesse le forme contemporanee della pubblicità e del marchio.
Le opere riunite in queste cinque mostre appartengono a epoche e linguaggi lontani. Eppure, tutte nascono dalla capacità di guardare ciò che sembrava già conosciuto e immaginarlo diversamente.
Visitare queste mostre non significherà soltanto incontrare opere celebri, ma accorgersi di quante volte, prima di noi, qualcuno abbia dovuto inventare un nuovo modo di vedere.
Forse è ciò che l’arte continua a chiederci: fermarci davanti a un’immagine e permetterle di cambiare, anche solo per un istante, il modo in cui torneremo a guardare il mondo.
30.7.2026