Hokusai a Roma 2026: guida completa a Palazzo Bonaparte

Hokusai a Roma 2026: la mostra a Palazzo Bonaparte

In breve

  • Dove
    Palazzo Bonaparte, Piazza Venezia 5, Roma.
  • Quando
    Dal 27 marzo al 29 giugno 2026.
  • Orari
    Dal lunedì al giovedì 9.00–19.30; venerdì, sabato e domenica 9.00–21.00; biglietteria chiusa un’ora prima.
  • Aperture straordinarie
    5 e 6 aprile, 25 aprile, 1 e 2 giugno; dal 27 al 29 giugno apertura fino alle 23.00.
  • Biglietti
    Intero da 17 euro, ridotto da 16 euro, open 19 euro; audioguida gratuita per singoli, esclusi gruppi e scuole.
  • Prenotazione
    Fortemente consigliata.

Non arriva soltanto la Grande Onda

Ci sono mostre che portano con sé un’immagine già consumata dallo sguardo collettivo. E poi ce ne sono altre che fanno qualcosa di più difficile e più interessante: prendono un’icona che tutti credono di conoscere e la restituiscono alla sua complessità. La mostra dedicata a Katsushika Hokusai a Palazzo Bonaparte appartiene a questa seconda specie. La si può cercare pensando alla Grande Onda, certo. Ma entrarci davvero significa capire che Hokusai non è un’immagine sola, e non è neppure una scorciatoia ornamentale per evocare il Giappone. È un artista che ha saputo trasformare il paesaggio in visione, il movimento dell’acqua in pensiero, il Monte Fuji in misura simbolica, il quotidiano in racconto.  

Dal 27 marzo al 29 giugno 2026, nel cuore di Roma, Palazzo Bonaparte accoglie una mostra che riunisce oltre 200 opere e riporta al centro uno dei nomi più potenti della cultura visiva mondiale. La curatela è di Beata Romanowicz; il nucleo esposto proviene dal Museo Nazionale di Cracovia, che custodisce una raccolta di grande rilievo per l’arte giapponese. L’esposizione si inserisce inoltre nelle celebrazioni per i 160 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, dettaglio che aggiunge densità culturale a tutto il progetto.  

Il pregio vero di questa mostra è che non mette semplicemente in fila opere celebri. Prova a restituire Hokusai come artista intero: paesaggista e narratore, inventore instancabile, osservatore della natura e insieme interprete dell’umano. È una differenza sostanziale. Perché un conto è vedere un capolavoro già noto. Un altro è capire perché quel capolavoro continui a parlarci.

Allestimento della mostra Hokusai a Palazzo Bonaparte con ritratto di Feliks Jasieński e veduta del Fuji rosso sul fondo
La mostra si apre come un passaggio: dalla storia della collezione a una visione che comincia già sulla soglia.

Perché questa mostra conta davvero

Conta perché Hokusai non appartiene soltanto alla storia dell’arte giapponese. Appartiene anche alla storia di come l’Occidente abbia imparato a guardare in modo diverso. La sua influenza su Monet, Van Gogh e sugli impressionisti fa parte della sua fortuna critica, ma ridurlo a un ponte verso l’Europa sarebbe ancora poco. Hokusai è importante perché nel suo lavoro convivono energia e controllo, precisione e vertigine, grazia e tensione. Le sue composizioni non si limitano a essere belle: spostano il centro dello sguardo, rendono instabile l’equilibrio, insegnano che il paesaggio non è soltanto scenario ma relazione.  

Conta anche perché la mostra romana non si ferma alla superficie della fama. Accanto alle xilografie più attese, il percorso attraversa serie, libri illustrati, oggetti, temi e atmosfere che permettono di uscire dalla visita con un’impressione più vasta e più viva. Si incontra il viaggio, si incontra l’acqua, si incontra il Monte Fuji, si incontra il gusto narrativo, il lato fantastico, perfino il lato ironico di Hokusai. E questo cambia molto: l’artista smette di essere una reliquia da venerare e torna a essere una mente in movimento.  

C’è poi un motivo più semplice, ma decisivo per chi si pone la domanda più concreta del mondo: vale davvero il biglietto? Sì, lo vale se si desidera vedere un Hokusai meno stereotipato e più ampio, meno ridotto a simbolo e più restituito come autore capace di attraversare paesaggio, letteratura, manuali di disegno, apparizioni, umorismo, tecnica e immaginazione.  

Un percorso che non si chiude dentro un solo capolavoro

Il percorso si muove tra nuclei ben riconoscibili: la Tōkaidō, le cascate, le vedute del Monte Fuji, le ispirazioni letterarie, i surimono, gli Hokusai Manga, i libri di modelli, i fantasmi e le apparizioni. È una struttura che funziona perché non rinchiude Hokusai nella sua immagine più famosa, ma ne restituisce la pluralità.

La Tōkaidō: il paesaggio come attraversamento

Nella Tōkaidō il Giappone non appare come una cartolina immobile. È una strada, un passaggio, un ritmo umano. Ci sono spostamenti, soste, corpi che attraversano lo spazio, elementi del quotidiano che si affacciano nel paesaggio e lo rendono concreto. Qui si capisce bene una qualità di Hokusai che spesso passa in secondo piano: anche quando la natura sembra dominare, l’essere umano non sparisce mai davvero. Resta come misura fragile del mondo, come presenza minuta ma essenziale.

Katsushika Hokusai Stazione di Shinagawa 1804 stampa della Tōkaidō con figure in cammino e paesaggio urbano
© Katsushika Hokusai (1760-1849) Stazione di Shinagawa, 1804, Serie: “Cinquantatré stazioni della Tōkaidō”, stampa xilografica a colori su carta, 12,9 × 18,3 cm, Museo Nazionale di Cracovia

Il Monte Fuji: non uno sfondo, ma un principio d’ordine

Le vedute del Monte Fuji sono il cuore più riconoscibile della mostra, ma anche uno dei suoi punti più sottili. Il Fuji non è soltanto il soggetto della serie; è una presenza che organizza lo spazio, orienta il senso dell’immagine, può imporsi o ritirarsi senza perdere autorità. A volte domina, a volte arretra. A volte è immobile e quasi astratto, a volte sembra diventare controcanto silenzioso della vita che si muove in primo piano. Guardare bene queste opere significa accorgersi che Hokusai non usa mai il paesaggio come puro fondale. Lo tratta come un campo di forze.  

Katsushika Hokusai Leggero vento mattina serena 1831 stampa del Monte Fuji rosso
© Katsushika Hokusai (1760-1849) Leggero vento, mattina serena, fine 1831, Serie: “Trentasei vedute del Monte Fuji”, stampa xilografica a colori su carta, 24,8 × 37,4 cm, Museo Nazionale di Cracovia

Ed è proprio qui che La Grande Onda presso Kanagawa smette di essere solo l’immagine che tutti riconoscono in due secondi. Vista dentro questo contesto, torna a essere una scena di tensione: le barche, l’instabilità, il rapporto tra il gesto gigantesco dell’acqua e il Fuji sullo sfondo, piccolo e fermo. Non più semplice icona, ma costruzione drammatica. La copia conservata a Cracovia viene valorizzata anche per la qualità delle sue sfumature cromatiche, dettaglio che rende la visione ancora più preziosa.

Le cascate: l’acqua come invenzione

Se la Grande Onda è la soglia più nota, le cascate sono spesso il punto in cui la mostra può sorprendere di più. Qui Hokusai osserva l’acqua in molti modi: come caduta, come slancio, come frantumazione, come forma che sembra quasi pensare mentre si muove. Non c’è un naturalismo piatto. C’è invece una mente che traduce la natura in ritmo, in struttura, in segno. Anche quando prende spunto da luoghi reali, Hokusai non si limita a registrare il visibile: ricompone, reinventa, intensifica. È uno dei momenti in cui si percepisce meglio quanto il suo disegno sia insieme libero e disciplinato.

Katsushika Hokusai La cascata di Kirifuri 1833 stampa xilografica della serie sulle cascate
© Katsushika Hokusai (1760-1849) La cascata di Kirifuri sul monte Kurokami nella provincia di Shimotsuke, 1833, Serie: “Un viaggio tra le cascate di varie province”, stampa xilografica a colori su carta, 37,5 × 24,9 cm, Museo Nazionale di Cracovia

Surimono, manga, libri di modelli, apparizioni

Una delle qualità più forti della mostra sta nel fatto che non si ferma ai lavori da antologia. I surimono introducono il lato più prezioso e tecnicamente sofisticato della sua produzione; i manga mostrano un laboratorio visivo instancabile, fatto di schizzi, intuizioni, osservazioni e libertà; i libri di modelli raccontano il suo peso nella trasmissione del disegno; i fantasmi e le apparizioni aprono invece una zona più inquieta, narrativa, immaginifica. Qui Hokusai diventa anche autore di visioni perturbanti, e la mostra acquista improvvisamente un respiro più largo, meno previsto, più memorabile.  

Katsushika Hokusai Autoritratto nei panni di un pescatore circa 1825 stampa xilografica a colori
© Katsushika Hokusai (1760-1849) Autoritratto nei panni di un pescatore, ca. 1825, stampa xilografica a colori su carta, 21,8 × 19,4 cm, Museo Nazionale di Cracovia

Cosa guardare davvero, non solo cosa riconoscere

La tentazione, in una mostra su Hokusai, è correre verso l’immagine già celebre e fermarsi lì. Sarebbe un peccato. Il modo migliore per visitarla è cercare alcune linee di forza.

La prima è il rapporto fra immensità e dettaglio. Hokusai sa mettere in scena la natura come energia vasta, ma senza cancellare mai il gesto umano, l’oggetto minuto, il segno della vita che abita il paesaggio. È questo attrito fra grande e piccolo a generare spesso la sua forza poetica.

La seconda è il movimento. Non solo quello spettacolare dell’acqua, ma anche quello più sottile dello sguardo, delle diagonali, delle presenze che attraversano lo spazio, del modo in cui una forma guida la successiva. Hokusai non costruisce immagini ferme: costruisce immagini che continuano a muoversi nella testa di chi guarda.

La terza è la varietà del tono. In mostra non c’è solo maestà. C’è anche leggerezza, invenzione, inquietudine, gusto narrativo, precisione didattica. Questo passaggio da un registro all’altro è parte della sua grandezza.

La quarta è il contesto visivo più ampio. Attorno alle opere, libri illustrati, laccature, armature, strumenti musicali e costumi tradizionali allargano il campo e aiutano a leggere Hokusai non come immagine isolata, ma come parte di una civiltà materiale e simbolica più vasta. A questo si aggiunge il dialogo con Felice Beato, che introduce un controcampo prezioso: lo sguardo italiano sul Giappone ottocentesco.  

Informazioni utili per visitare Hokusai a Palazzo Bonaparte

Sede
Palazzo Bonaparte
Piazza Venezia 5, 00186 Roma.

Date
Dal 27 marzo al 29 giugno 2026.

Orari di apertura
Lunedì–giovedì: 9:00–19:30
Venerdì, sabato e domenica: 9:00–21:00
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura.

Aperture straordinarie
Domenica 5 aprile: 9:00–21:00
Lunedì 6 aprile: 9:00–21:00
Sabato 25 aprile: 9:00–21:00
Venerdì 1° maggio: 9:00–21:00
Lunedì 1° giugno: 9:00–21:00
Martedì 2 giugno: 13:00–21:00
Dal 27 al 29 giugno: 9:00–23:00.

Prezzi dei biglietti
Intero: €17
Ridotto: €16
Biglietto Open: €19
Audioguida inclusa, eccetto gruppi e scuole.

Pagina ufficiale della mostra
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Acquisto biglietti
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Riduzioni e gratuità
Ridotto: over 70, ragazzi da 11 a 18 anni non compiuti, appartenenti alle forze dell’ordine, persone con disabilità, giornalisti con tessera dell’Ordine, possessori Card Arthemisia; sono previste inoltre tariffe dedicate per universitari, guide abilitate e bambini da 4 a 11 anni.
Gratuito: bambini fino a 4 anni non compiuti, un accompagnatore per disabile, soci ICOM, possessori di coupon di invito, possessori di Vip Card Arthemisia, giornalisti in servizio previa richiesta di accredito.

Prenotazione
Fortemente consigliata.
L’acquisto online è disponibile fino a due ore prima della fascia oraria scelta.

Contatti
+39 06 87 15 111
info@arthemisia.it

Come arrivare
Metropolitana: Linea B, fermata Colosseo
Autobus: 46, 60, 63, 70, 81, 83, 87, 780

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Perché andarci

Perché questa non è una visita che si esaurisce nel riconoscimento di un’immagine famosa. Perché Hokusai continua a insegnare qualcosa di raro: che la forza di un’opera non dipende dalla sua notorietà, ma dalla precisione con cui riesce a trasformare il mondo in visione. Perché, nel rumore delle immagini che scorrono troppo in fretta, il suo lavoro obbliga ancora a fermarsi.

E forse è proprio questo il punto più vivo di tutta la mostra. Non chiede soltanto di ammirare. Chiede di rallentare. Di guardare meglio. Di capire che tra una montagna lontana, un’onda che si solleva, una strada percorsa da viandanti, una cascata, un fantasma, un libro di schizzi e un gesto quotidiano può esistere una stessa, ostinata idea di forma.

A Palazzo Bonaparte si entra per vedere Hokusai. Se ne esce con qualcosa di più difficile da nominare e più importante da trattenere: uno sguardo un pò più attento, un pò meno distratto, un sguardo disposto a restare. Per altri percorsi di questo tipo, puoi continuare a leggere la nostra sezione Arte & Co., seguirci sui social ufficiali di Amei Magazine e ricordati di iscriverti alla nostra newsletter.

Laura William

22.4.2026